E’ tempo di cambiamenti – 2

Che se ne fa il Project Management di uno psicologo?
Altro appuntamento con questa domanda e questo tema ampissimo.

Le dinamiche nel gruppo di lavoro Project Management

Quando ho iniziato a leggere alcuni articoli su questo argomento, mi è tornato in mente un libro sulla psicologia di comunità, che avevo letto ai tempi dell’università. La psicologia di comunità è un ramo della psicologia che si occupa dell’analisi dei problemi e della ricerca di soluzioni all’interno delle piccole comunità locali, come, ad es., i quartieri di una città, i piccoli centri di campagna, ma anche nelle istituzioni come scuole e ospedali.

La psicologia di comunità opera tramite gli interventi. Qualsiasi sia la tecnica utilizzata, come la ricerca-azione partecipata, i principi che guidano questi interventi sono comuni: gli psicologi “…si rivolgono ai membri della comunità offrendo loro la garanzia che avranno la possibilità di costruire il loro futuro attraverso la produzione di conoscenza e la realizzazione di alternative per la loro storia quotidiana. Ne deriva una sorta di lavoro collettivo, condotto con la collaborazione dei gruppi, orientato all’identificazione dei bisogni e delle domande condivise nella collettività. Ne segue che colui che fa ricerca o intervento analizza, rivede ed adatta continuamente le proprie conoscenze, in relazione alla dinamica della vita di comunità; accetta la possibilità di modificare il proprio agire; mette in discussione la validità del proprio lavoro e la sottopone alla valutazione del gruppo”.

Per come la vedo io, anche se il passaggio sopra riportato riguarda la psicologia di comunità e non quella delle organizzazioni, mi sembra che riesca a descrivere bene quello che potrebbe essere il contributo di uno psicologo al lavoro quotidiano di un gruppo di progetto.

Prendendo, però, come riferimento, valori leggermente diversi.

La psicologia di comunità si occupa di diritti, condanna ogni forma di oppressione ed esclusione sociale, sostiene una distribuzione equa delle risorse, promuove la solidarietà fra gli individui, la loro emancipazione, liberazione ed autonomia.

Invece,

l’obiettivo dell’intervento per un gruppo di progetto, pur non trascurando i sopracitati valori, dovrebbe focalizzarsi, primariamente, sulla re-interpretazione delle dinamiche relazionali interne al gruppo. Continuando a basarsi sugli stessi principi operativi della psicologia di comunità, come la contestualizzazione dell’intervento e la condivisione con il gruppo dei risultati derivanti dall’analisi dello status quo. E proseguendo poi con la ricerca di una soluzione con la partecipazione di tutti.

L’applicazione di queste linee guida dovrebbe permettere di aggirare il problema principale di ogni intervento sui gruppi, ossia il rifiuto di qualsiasi soluzione che sembri imposta dall’esterno e non negoziata. Specialmente quando viene percepita come una soluzione elaborata su modelli teorici ed applicata tout court, sottovalutando le complessità e le particolarità della realtà su cui si interviene.

Sono anni che, nelle aziende, vengono erogati i corsi sullo sviluppo delle capacità personali. I concetti insegnati a questi corsi sono sicuramente validi, ma quello che non può essere trasmesso è la capacità di riconoscere determinate situazioni. E, conseguentemente, la capacità di reagire in modo adeguato. Questo perché, per quanto la conoscenza dell’esistenza di alcune dinamiche relazionali possa aiutare, la capacità di cogliere le sfumature comportamentali in una realtà complessa, come lo può essere un gruppo di lavoro, non è da tutti.

E’ una prerogativa dei professionisti che hanno sviluppato una sensibilità verso queste tematiche tramite lo studio e l’esperienza.

Secondo me, nessuno.

Vorrei fare un esempio, prendendo spunto dal tema della comunicazione all’interno di un progetto.

La comunicazione è un argomento piuttosto critico, in quanto il successo di un progetto è fortemente correlato all’efficacia della comunicazione. Chi ha pratica di Project Management sa che esistono degli strumenti che possono aiutare il Project Manager a strutturare e schematizzare questo aspetto. Per chi ne fosse digiuno, gestire la comunicazione di progetto significa, in estrema sintesi:

1. censire tutti gli stakeholder, ossia tutte le persone interessate al progetto,

2. sviluppare un piano delle comunicazioni, che significa dire quali saranno le comunicazioni che gireranno nel progetto, complete dell’indicazione dei mittenti e dei destinatari.

Però, la sola strutturazione della comunicazione formale non è sufficiente. Infatti, anche se fosse organizzata alla perfezione, lo sforzo potrebbe venire vanificato dai suoi aspetti informali. Perché, oltre agli aspetti formali, esistono anche quelli informali e sono predominanti.

Alla luce di questo, quale Project Manager potrebbe essere in grado di intercettare i segnali della presenza dei seguenti fenomeni relativi alla parte informale di una comunicazione, di prenderne atto e di intervenire?

1.L’interruzione della comunicazione fra due persone o due gruppi.

2. Le distorsioni del significato inevitabilmente presenti nelle interpretazioni dei messaggi.

3. Il disallineamento fra il linguaggio verbale e quello non verbale.

4. Gli squilibri relazionali fra due persone.

5. Una comunicazione fondamentalmente emotiva o conflittuale.

6. Un comportamento non adatto alla situazione ed al ruolo.

7. Una (mal)celata mancanza di cooperazione.

Esattamente come il gruppo di lavoro spesso si arricchisce di esperti di vario tipo (il legale, il contabile, il commerciale), così dovrebbe dotarsi di chi questi segnali è in grado di coglierli.

Secondo me, sì.

Zani, Bruna, Psicologia di comunità. Prospettive, idee, metodi, Carocci Editore, ISBN: 9788843063253

https://www.springer.com/series/10101

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